Una danza di luce nel ciclo della vita.

La prima cosa che ho visto scorrendo le immagini di Il divenire è stata la danza della luce sulle immagini. Romina l’ha fatta danzare mentre scriveva la sua storia. Una danza che pare ancestrale, che si muove nella natura richiamando elementi primordiali come acqua, vento, cielo e gli alberi, tanti. Una danza senza tempo, in un ciclo eterno.

Le origini del “movimento” in fotografia o mosso intenzionale creativo, come lo chiamiamo in Italia, sono assai nobili: Marey e Muybridge lo usarono già in fotografia a fine Ottocento per rappresentare un soggetto in movimento e uscire dall’apparente staticità di un contenitore di carta impressionato dalla luce. Il primo che però gli ha donato valore artistico al “intentional camera movement” è stato il Fotodinamismo futurista di Bragaglia. La trasformazione della realtà di una foto mossa riesce a trasmettere emozioni e così fa Romina nei suoi paesaggi, li trasforma in paesaggi emotivi, che nel suo stile sempre ermetico lasciano estrema libertà a chi sta guardando.

I suoi sono paesaggi dell’anima che evocano un sentimento crudo e intimo e rendono un senso di umiltà e forza, di resilienza, di una aspirazione a evolversi che vivo nelle tante immagini dove le linee sono scritte in senso verticale.

L’elemento fondamentale del lavoro è comunque la sequenza delle immagini che crea una armonia di colori e segni e che insistendo nella ridondanza della proposta dei soggetti, obbliga il lettore a cercare qualcosa di più, a interrogarsi profondamente.

Il movimento si fa a tratti violento, caotico, schizoide, accompagnato da momenti di quiete e dolcezza, da poesia e bellezza, ci avvolge indicandoci tante direzioni sulle quali procedere.

Il divenire racconta una realtà profonda: la vita di qualsiasi forma segue un ciclo di nascita, crescita, invecchiamento, malattia, evoluzione, morte.

Romina sembra rubare frame a quel lungo metraggio eterno.

L’altro elemento che voglio sottolineare e che rende particolare la sequenza è l’uso del colore che da etereo diviene saturo e presente sul finale: c’è una grande concretezza finale, una dichiarazione di consapevolezza dell’impossibilità, di interrompere il flusso, forse, e di poterlo solo vivere.

La bellezza di alcuni scatti a momenti mi meraviglia per la sua semplicità.

L’immagine di chiusura mi ha regalato serenità e gioia, è forse un invito alla leggerezza e alla bellezza… a respirare, liberi di essere.

Vanessa Rusci