Figure come sogni
Michele Coccioli è un fotografo che predilige la sperimentazione visiva declinata in modi diversi: già in suoi precedenti lavori il ricorso alla sovrimpressione, allo sfocato, al mosso testimoniava di questa ansia di sfuggire alla documentazione realistica. In questo suo nuovo lavoro la sua cifra stilistica si consolida in numerose variazioni espressive attorno a ritratti di persone e, occasionalmente, a sculture antropomorfe.
Coccioli ha ben presente la lezione delle Avanguardie storiche che già un secolo fa approdarono a infinite manipolazioni con cui il linguaggio fotografico si staccava dalla rappresentazione realistica del mondo. Così nelle fotografie di questo suo ciclo le figure paiono spesso sfuggenti – quando utilizza la tecnica del mosso – oppure filtrate dalla soffusa impercettibilità dello sfocato. Il risultato è una galleria di fotografie – in gran parte in un bianco e nero deciso e contrastato – dove predomina l’allusione più che la descrizione realistica. Queste immagini sono quindi cariche di una notevole forza visiva ma probabilmente sbaglieremmo se limitassimo il giudizio alla loro valenza formale: si intuisce lo sforzo del fotografo di superare l’aspetto estetico per raccontare invece qualcosa di più profondo, che pesca nei meandri del non detto, del sogno, della memoria.
La prevalenza di primi piani, in particolare femminili, che emergono da sfondi scuri nella loro precarietà di figure mosse o sfocate, testimonia della volontà dell’autore di suggerire più che indicare, di penetrare in ambiti più profondi dell’animo umano. Tocca poi come sempre allo spettatore intravedere in queste immagini quel di più che il fotografo suggerisce.
Al proposito è necessaria una riflessione sul concetto di tempo, così consustanziale alla fotografia: se una fotografia, come è noto, testimonia sempre di un qualcosa che è stato, qualcosa cioè che è avvenuto in quella data circostanza di luogo e di tempo e può essere dunque declinato soltanto al passato, le fotografie che sfuggono alla rappresentazione realistica – come queste di Coccioli – paiono entrare in collisione con il concetto di tempo passato: i mossi e gli sfocati, le impostazioni ardite delle inquadrature, non cristallizzano il tempo ma lo fanno vibrare in un eterno presente.
Si tratta certamente di un’illusione, ma è anche questa la magia della fotografia, quella di riuscire ad andare oltre la rappresentazione realistica del mondo.
La selezione di fotografie di Coccioli comprende anche una fetta molto minoritaria di immagini più tradizionali dove la cifra stilistica si riconosce soprattutto nei giochi di luce e queste fotografie paiono quasi voler riportare lo spettatore con i piedi per terra, ricondurci al reale. Ecco allora che ci si imbatte in alcuni scatti di vita quotidiana, di ritratti di dormienti, o di una scena su una carrozza ferroviaria: subentra qui la lezione di alcuni grandi reportagisti della seconda metà del Novecento, quando tra il momento decisivo di sapore bressoniano e le riprese apparentemente più disarticolate visivamente, come i lavori di Robert Frank, si approda a una nuova concezione del linguaggio fotografico.
Ma nella selezione di Coccioli si incontrano anche alcuni ritratti più tradizionali dove è assente il mosso e la sfocatura è appena percettibile, ricalcando quasi le esperienze delle origini della fotografia quando ci si ispirava alla morbidezza dei preraffaelliti.
Un lavoro dunque, questo di Coccioli, variegato ma nello stesso tempo compatto e che testimonia il suo sforzo di servirsi della fotografia non come documentazione ma come visione, creando una sorta di mondo onirico dove realtà e sogno si intrecciano suggerendo nuovi approcci esistenziali. D’altra parte la fotografia è stata sempre un ottimo strumento innanzitutto per descrivere il reale percepito e nella documentazione delle persone si è sviluppata sotto i due grandi filoni, quello di impronta documentaria e realistica e quello, più destabilizzante visivamente, della ripresa di sapore onirico. Coccioli si muove con i suoi lavori in uno slalom tra documento e ricerca espressiva.
Un progetto visivo rischioso, e quindi coraggioso, per le tante possibilità, tra l’altro, di cadere nell’estetismo fine a sé stesso: Coccioli riesce a evitare questo pericolo e pare avere consolidato la sua strada di ricerca fotografica, complessa e ricca di componenti emotive.
Pio Tarantini