Patrizia Mori

Damnaged files

Seguire i propri passi a ritroso non porta mai a ritrovare la stessa orma, che sia effettiva impronta lasciata sul terreno o nel ricordo. Nuove visioni si proiettano al nostro sguardo, che si rapportano alla memoria e a ciò che il tempo fa mutare. Possono essere files danneggiati, ritrovati e rielaborati nella consapevolezza di mostrare la struttura di un’immagine digitale nel momento di decodifica, per smontare il processo di costruzione e registrazione e analizzarlo nel suo divenire e nel suo possibile degradarsi. Le immagini si fondono con quelle che appaiono come interferenze; righe si alternano a volti, a piccole strisce di cielo, a immagini ripetute di paesaggi o corpi. Il senso dell’astratto e dell’evanescente, tramite le distorsioni, si unisce alla raffigurazione, come in una memoria che si sovrappone fra passato, presente e immaginazione. La fotografia appare così il medium che esprime le mutazioni del nostro modo di pensare e vedere, nel momento in cui mostra se stessa. Da questa intersezione nasce un ordine nuovo, fatto di istanti che si sovrappongono e vivono in un continuo divenire che, come in Bergson, “si presenta come «durata», «slancio vitale» che sorregge la realtà e condiziona i suoi modi di apprendimento”. Pezzetti di tempo salvati per guardare con occhio diverso alle cose, alla loro durata e trasformazione, al loro essere sequenze di una narrazione fatta di elementi eternamente lasciati e ritrovati, ma mai uguali a se stessi. Perché cosa c’è oltre è tutto da scoprire.

Alessandra Frosini