Ombre indistinte e tracce che svaniscono: il tempo e la memoria
Con questo lavoro, Nilo Capretti tocca qualcosa che riguarda tutti, anche se spesso non lo diciamo: il bisogno di lasciare una traccia, di non essere dimenticati.
È un desiderio semplice e allo stesso tempo profondissimo. Sapere che prima o poi non ci saremo più porta con sé una domanda silenziosa: resterà qualcosa di noi? Qualcuno si ricorderà? In fondo, lasciare una traccia è un modo per continuare a esistere, almeno un po’, dentro lo sguardo degli altri.
La fotografia, da sempre, sembra offrirci questa possibilità. Un volto fissato su carta, un’immagine che resta, che resiste al tempo. I ritratti, soprattutto, ci danno l’illusione di poter trattenere una persona, di salvarne almeno una parte. Ma è un’illusione fragile. Una fotografia non è una vita: non contiene tutto ciò che quella persona è stata. E, col tempo, anche lei cambia, si rovina, si perde.
Ed è proprio qui che entra il lavoro di Capretti.
Le sue fotografie sono fotografie di altre fotografie: ritratti applicati sulle lapidi di un cimitero. Immagini che erano state pensate per ricordare qualcuno, per mantenerne viva la presenza. Ma il tempo le ha già toccate. Le ha consumate, scolorite, rovinate. I volti si fanno incerti, i dettagli spariscono, gli sguardi si svuotano. Piano piano, tutto tende a dissolversi.
Quello che vediamo non è solo un ritratto, ma qualcosa di ancora più fragile: la traccia di una traccia.
E questo colpisce, perché rende evidente un limite che spesso cerchiamo di ignorare. Anche ciò che nasce per ricordare non è eterno. Anche la memoria, quando si affida agli oggetti, può svanire.
Eppure, dentro questa perdita, c’è anche qualcosa di molto umano. Perché ogni immagine racconta prima di tutto un gesto: qualcuno ha scelto quella fotografia, qualcuno ha voluto ricordare, ha creduto che quel volto potesse resistere.
Forse non resiste davvero. Ma il tentativo sì.
E in questi volti che si cancellano lentamente, finiamo per riconoscerci. Non solo nella paura di essere dimenticati, ma anche in quel bisogno ostinato — fragile, ma profondamente umano — di lasciare comunque una traccia.
A.M.