Il peso dello sguardo
Le immagini di Patrizia Viroli abitano uno spazio fragile, sospeso tra memoria e percezione. Le doppie esposizioni non sono solo una scelta estetica, ma il riflesso di un’identità che si sdoppia: quella che osserva e quella che si sente osservata. Sedie vuote, giochi dimenticati, fotografie del passato diventano testimoni silenziosi di una presenza assente, di un’infanzia che continua a interrogare il presente.
In questo paesaggio emotivo emerge una tensione costante: il bisogno di essere visti e il timore di essere giudicati. La fotografia si trasforma allora in un atto catartico, un dispositivo attraverso cui l’autrice rielabora il proprio vissuto, ricostruendo frammenti di sé.
E in questo gesto, fragile ma ostinato, si apre uno spazio di libertà: un luogo in cui, finalmente, è possibile sottrarsi allo sguardo e imparare a volare.E allora il consiglio, quasi sussurrato ma necessario, è uno solo: continua. Spingiti oltre. Perché è proprio in quello spazio fragile e libero che si impara, poco a poco, a volare.
In questo paesaggio emotivo emerge una tensione costante: il bisogno di essere visti e il timore di essere giudicati. La fotografia si trasforma allora in un atto catartico, un dispositivo attraverso cui l’autrice rielabora il proprio vissuto, ricostruendo frammenti di sé.
E in questo gesto, fragile ma ostinato, si apre uno spazio di libertà: un luogo in cui, finalmente, è possibile sottrarsi allo sguardo e imparare a volare.E allora il consiglio, quasi sussurrato ma necessario, è uno solo: continua. Spingiti oltre. Perché è proprio in quello spazio fragile e libero che si impara, poco a poco, a volare.
A.M